International Gramsci Society Newsletter
Number 11 (December, 2000): 2-17 < prev | tofc | next >  

Valentino Gerratana
1919 - 2000

Rocco Lacorte

Valentino Gerratana ci ha lasciato lo scorso 16 giugno. Abbiamo pensato di raccogliere—criticamente, cioè non senza qualche breve commento—alcuni degli articoli apparsi nei giorni successivi su quotidiani e riviste che lo raccontano e lo descrivono (purtroppo talvolta non senza malizia). L'importanza di ciò che ha fatto e di ciò che ha detto e, soprattutto, di ciò che ancora ha da dire, merita sicuramente di più di questo intervento; il quale, perciò, ora viene proposto come piccolo stimolo alla sua memoria. "Stimolo", in primo luogo, nel senso che ci proponiamo e ci auguriamo che si cominci a studiare e a considerare la sua figura più seriamente di quanto non si faccia nella presente raccolta e di quanto non si sia fatto in passato. "Stimolo", poi, soprattutto in senso attivo, in nome di una concezione non "antiquaria" della memoria: che ci si comporti con lui come egli si era comportato con Gramsci.

Scrive Simonetta Fiori (Repubblica, 18 giugno 2000) in un articolo intitolato: Addio a Gerratana decano dei gramscisti:

«A ottantuno anni, fiaccato dalla malattia ma anche da gravi lutti privati, è morto nella clinica romana Villa Morelli il decano dei gramscisti italiani. Uno studioso comunista vecchio stile, grande sobrietà e asciuttezza anche nel fisico, un rigore intellettuale che lo rendeva allergico alla sciatteria. Una foto storica lo ritrae—lui maestro involontario di una generazione senza maestri —al fianco di amici famosi, Giaime Pintor, Carlo Salinari, Geno Pampaloni, compagni di gioventù e di passione ideale. Giaime Pintor era tra i più intimi, conosciuto nel 1939 al corso allievi ufficiali di Salerno, ma un pudore profondo impediva a Gerratana di rievocare in pubblico quel sodalizio privato. "Una vita fuggevole come una stella di San Lorenzo", disse una volta dell'amico precocemente scomparso. E di Pintor sarà puntuale esegeta nel 1950, con la bella introduzione agli scritti postumi di Sangue d'Europa.

La sua biografia politica e intellettuale è comune a gran parte di quella generazione. Siciliano di Scicli, maturò il suo antifascismo negli anni della guerra, e [END PAGE 2] dopo la caduta di Mussolini prese parte febbrilmente alla ricostruzione del Pci nella capitale. A ventiquattro anni fu tra i promotori della Resistenza a Roma, operoso nelle file dei Gap. Anche su quell'esperienza preferiva stendere un velo di pudore, insofferente a medaglie o trofei. Nel dopoguerra la sua familiarità con i classici del marxismo lo condurrà ad Antonio Gramsci, che rimane il caposaldo della sua attività di studioso.

La pubblicazione nel 1975 dei Quaderni del carcere—"Edizione critica dell'Istituto Gramsci. A cura di Valentino Gerratana", recita il frontespizio del volume einaudiano—impresse uno straordinario impulso alla fortuna internazionale del pensatore sardo. L'accurata ricostruzione crononologica dei Quaderni archiviò definitivamente la vecchia edizione tematica curata da Togliatti, appannata da tagli censori e ipotesi interpretative ingessate. La novità del lavoro di Gerratana fu proprio nella restituzione dello stile "frammentario" di Gramsci, una scrittura funzionale "a un pensiero aperto", problematico, "antidogmatico", insofferente al "metodo dell'indottrinamento apodittico". Una vera svolta negli studi gramsciani, un'innovazione che Gerratana rivendicherà senza enfasi, nel solco di una fedeltà a Togliatti che tuttavia non si tradusse mai in cieca ortodossia.

Tra i piu' celebri inquilini dell'Istituto Gramsci, negli anni Novanta se ne distaccherà malinconicamente, critico verso una "lettura strumentale" del teorico dei Quaderni, che a suo giudizio "era piegato all'azione politica più immediata". Nel sessantesimo anniversario della sua morte, l'amarezza di vedersi escluso dalle celebrazioni. Una solitudine culturale e politica crescente, aggravata dalla perdita di un figlio e della vitalissima moglie Olga Apicella. Questo cognome, forse, risulta familiare ai fan di Nanni Moretti, che vi ricorre in tutti suoi film: il popolare regista figura tra i nipoti acquisiti di Valentino Gerratana, che ne andava assai fiero. "In che cosa si manifesta l'impegno a sinistra di Nanni?", disse una volta. "Forse nella critica sistematica di ogni forma di superficialità e cialtroneria, in una meticolosa ricerca di rigore". E in questo lo sentiva molto vicino.»

Il giorno successivo (il 19 giugno) su La Stampa esce un articolo di Marco Belpoliti intitolato: Lo studioso Marxista scomparso: il 'carcere' di Gerratana. Sottilmente—quasi dissimulando una risposta all'articolo di Simonetta Fiori e di quanti su altri quotidiani hanno scritto sottolineando la novità, l'importanza e la svolta dell'opera e della figura di Valentino Gerratana—lungi dal sottolinearne la novità, ne circoscrive e rinvia invece il significato a un'altra "epoca geologica", insinuando così certamente lo spettro dell'anacronismo nel suo lavoro:

«Gerratana sembra appartenere a un'altra epoca geologica, quella in cui la discussione sul marxismo era all'ordine del giorno e per i giovani studiosi e [END PAGE 3] intellettuali di sinistra era quasi d'obbligo la lettura delle pagine di Rinascita o di Critica marxista, dove i suoi saggi spiccavano per il loro rigore e la cura filologica. Per quanto i "giovani turchi" dell'operaismo italiano, i vari Tronti, Cacciari, Asor Rosa, avessero negli anni Sessanta e Settanta scosso l'albero del gramscismo, Gerratana e gli studiosi dell'Istituto Gramsci avevano continuato imperterriti il loro lavoro di trascrizione e annotazione di quella ponderosa e quasi perfetta edizione critica.

Gerratana lavorava nella convinzione che, come scrive nella prima pagina della sua prefazione all'edizione del '75, il valore di Gramsci non fosse confinato dentro "i limiti di una visione eroicosentimentale di 'testimonianza del tempo'", ma funzionasse come volano di una precisa azione politica. A guardare oggi i quattro voluminosi tomi che dispongono gli scritti del fondatore del Partito comunista italiano, così come li aveva effettivamente vergati nelle prigioni fasciste, non si può non pensare che quella visione che legava politica e filologia si è infranta sugli scogli di una pratica partitica rivelatasi via via incompleta, fallace, velleitaria.»

Eppure, all'interno dell'attuale DS vi è chi mette l'accento sul rischio che l'opera di Gerratana venga dimenticata; anche più di quanto sia già avvenuto. Si tratta del fatto che un'anima dei DS riconosce ancora l'attualità e il valore estremo dell'opera di Valentino Gerratana. Aldo Tortorella, su L'Unità del 18 giugno, scrive al contempo un appello, un grido d'allarme ai posteri (che non dimentichino quell'opera e il suo prezioso valore) e una critica forte a certe interpretazioni di Gramsci—presenti e future—funzionali alle ali più revisioniste e conservatrici che oggi guidano il partito dei DS. Quelle stesse che già da lungo tempo hanno marginalizzato l'uomo Gerratana e obliato consapevolmente il valore enorme del suo immane lavoro. Scrive dunque Tortorella (che di Gerratana era amico oltre che compagno di partito di lunga data) nel suo aticolo intitolato: Addio Gerratana: Ci ha fatto capire Gramsci :

«Scompare con Valentino Gerratana uno dei protagonisti maggiori di una stagione della cultura italiana che solo una piena cecità o una faziosità senza freni possono considerare come cosa da mettere in parentesi o, ancor di più, da dimenticare.

Come si sa, il nome di Gerratana—anche se l'acume del suo ingegno si misurò su molti autori—è legato alla edizione critica dei Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, fino ad allora conosciuti nella raccolta tematica cui aveva concorso Palmiro Togliatti. La fortuna iniziale di Gramsci fu indubbiamente favorita dall'ordinamento per temi di ricerca, temi che in qualche modo cercavano di corrispondere al piano di lavoro che Gramsci aveva tracciato per se stesso nei primi tempi della prigionia.

Emerse, fin da allora, la figura di un pensatore di impronta marxiana lontanissimo dalla vulgata del tempo suo e dalle chiusure dogmatiche da cui questa era [END PAGE 4] caratterizzata. Ma, al tempo stesso, la raccolta per argomenti, orientando la lettura secondo la interpretazione dei curatori, non dava conto nè della fatica nè della apertura della ricerca gramsciana: dando per conchiuso e fissando in uno schema un pensiero estremamente più inquieto e mobile e in formazione.

L'edizione critica di Gerratana, fatta di uno scrupolo filologico rigoroso e, nelle note, di uno sforzo di delucidazione e ricostruzione dei riferimenti e delle fonti restituiva—soprattutto agli specialisti e agli studiosi—la possibilità di una lettura non solo più libera ma soprattutto più attenta alle possibilità che le note di Gramsci aprono a coloro che vengono dopo, a coloro che vogliono continuare nella ricerca che fu la sua. Naturalmente non c'è lavoro filologico che non conosca un limite e dunque anche il lavoro di Gerratana può essere migliorato. Ma resta il significato dell'opera sua: ed è proprio su di esso che si vuol stendere il velo dell'oblio.

Poichè Gerratana fu nell'opera interpretativa un sostenitore fermissimo della qualità antidogmatica del pensiero gramsciano, ma altrettanto fermamente della intenzionalità e volontà trasformatrice della società e dello Stato da parte di quel pensiero, egli—e la sua stagione—furono considerati da molti di coloro che definirono se medesimi come "innovatori" alla stregua di una memoria d'archiviare, come se da essa non fosse da trarre alcuna lezione.

Ora è del tutto evidente che la stagione culturale legata alla lettura e alla interpretazione di Gramsci, cui Gerratana contribuì in modo determinante, ebbe un suo particolare valore quando a sinistra, e tra i comunisti, si trattava di adoperarsi contro i rischi della sclerosi dottrinaria o di un imparaticcio insensato di cui era fatta molta parte della vulgata pseudo-marxista, ma è stato ed è del tutto insensato non vedere che quella stagione conteneva in sé anche un altro e più generale significato.

Quello di pensare i temi della trasformazione delle società avanzate secondo una lettura della realtà assai più ampia di quella ristretta alle fondamenta economiche, come se esse riassumessero il principio e la fine di ogni realtà e non si connettessero in un rapporto di reciprocità con ogni altro aspetto della relazione tra le persone. Gramsci fu questo per le generazioni di allora e Gerratana aiutò a capirlo.

Leggere Gramsci come un messale per valorizzarne una volta la scoperta dei consigli di fabbrica oppure, al contrario, per farne—com'è grottescamente accaduto di recente—una sorta di precursore del liberismo è perfettamente l'opposto di quello che è necessario ad una cultura critica, e cioè ad uno sforzo di conoscenza e di interpretazione della realtà. È la dimenticanza delle fondamenta di questa cultura che ha fatto difetto alla sinistra e che oggi si paga gravemente. [END PAGE 5]

Perciò rimane e rimarrà l'opera di Gerratana per renderci il Gramsci che vuol capire la realtà contro la sua riduzione a formule e formulette buone per tutti gli usi. E ci rimarrà il suo fastidio per le mode facili, per gli arrivismi tanto peggiori quando si ammantino di un finto sapere, il suo vigore negli studi tanto più severo quanto più decisa era la sua passione e la sua coerenza politica. Valentino era l'uomo più schivo del mondo, ma sotto questo riserbo straordinario non era difficile riconoscere, per chi aveva con lui occasioni di scambio umano oltre che politico e culturale, come è stato per me, il grande desiderio, la passione, di contribuire a una battaglia comune per cambiare le cose, per cambiarle prima di tutto con il rigore e la forza dell'intelligenza.»

Sembra peraltro che non si possa affermare (così invece sembra fare Belpoliti nell'articolo sopra citato), che Gerratana rimane prigioniero nel "carcere" del marxismo (magari retorico, vetusto e dogmatico!). Può essere interessante, a questo proposito, quanto ha scritto Antonio Santucci su Rinascita il 23 giugno 2000: Con lui il marxismo si rinnovò:

«Della sobrietà e dell'indole antiretorica di Gerratana, hanno già parlato in questi giorni i quotidiani [...] da parte mia vorrei farlo perciò, piuttosto che nella forma della testimonianza d'affetto nei confronti dell'amico o di grata ammirazione per il maestro, mostrando quanto ancora feconda permanga la sua lezione, in particolare nell'ambito degli studi marxiani. Proprio in un testo labrioliano, appunto, Marxismo ortodosso e marxismo aperto in Antonio Labriola apparso nel '73 sugli Annali Feltrinelli, Valentino interpretando Labriola spiegava indirettamente il suo Gramsci e in fondo la sua stessa visione critica del marxismo. Punto di partenza era la consueta distinzione, o meglio contrapposizione fra "marxismo ortodosso" e "marxismo aperto" [...] polemico riguardo al "marxismo ortodosso" nel suo modello dottrinario e scolastico, altrettanto riguardo al "marxismo aperto" in quello diluito, Labriola era andato costruendo la sua concezione del marxismo, ortodossa e insieme aperta, nella forma (e nella sostanza) di un marxismo rigoroso ed espansivo. Non dissimile, sotto tale profilo, dal marxismo di Gramsci e della migliore tradizione del marxismo teorico contemporaneo. Di essa Gerratana è stato esponente di prestigio, e non solo per il suo rigore intellettuale e politico largamente riconosciuto, ma anche per l'apertura e la varietà dei suoi interessi culturali. Se ne rammenteranno di sicuro gli studenti che hanno seguito i suoi corsi su Aristotele e su Nietzsche. È questo un aspetto forse meno appariscente, tanto che si è giunti a descriverlo come "defensor fidei", custode rigido del comunismo togliattiano e dell'icona di Gramsci. Una formula infelice e ingiusta, tirata fuori allo scopo di far sfoggio di anticonformismo e antidogmatismo di maniera, ma diventata ben presto [END PAGE 6] giustificazione di quell'eclettismo (nel quale è oramai impossibile comprendere cosa ci sia ancora da diluire) che ha progressivamente impantanato la cultura della sinistra italiana. E da questo pantano Valentino ha voluto andarsene senza mai mettere piede.»

Valentino Gerratana non era "schivo": l'attributo usato da Tortorella, che figura nuovamente il giorno successivo addirittura come sottotitolo (Uno studioso schivo) dell'articolo di Roberto Racinaro su Il Mattino e nell'articolo di Belpoliti su La Stampa, si spiega invece diversamente: sia con quanto ha scritto Simonetta Fiori su Repubblica, la quale ricorda di lui l'inclinazione a essere rigoroso e critico verso ogni forma di superficialità e cialtroneria, sia con quanto afferma Guido Liguori sul Manifesto del 18 giugno, per "la severità quasi pignola di Gerratana, la sua assoluta indisponibilità ai pateracchi tanto teorici quanto politici, la sua ritrosia, la sua avversità alla cultura e alla politica come spettacolo". Un tratto più che gramsciano questo.

«Comunista militante, Gerratana ha identificato il suo lavoro di studioso con la vicenda stessa del proprio partito, di cui è stato membro autorevole, per quanto sempre appartato»
(ancora Belpoliti su La Stampa del 19 giugno).

"Appartato". Da parte di Gerratana fu una scelta "voluta" o una scelta "forzata", in qualche modo, quella di mettersi da un canto, pur essendo, insieme, membro di rilievo del partito; era egli schivo per natura o non subiva egli, per caso, una discriminazione simile a quella che, nel e da parte di una cospicua parte del suo partito, è stata riservata alla sua edizione dei Quaderni? Crediamo che la domanda risulti molto attuale. Si ricordi che nel sessantesimo anno dell'anniversario della morte di Gramsci, nel 1997, egli viene escluso dalle celebrazioni in suo onore: evidentemente la via politica e teorica imboccata dal "suo" partito contrastava con il suo anelito al rigore teorico e morale, con la sua profondità e apertura di vedute e con la sua profondissima onestà intellettuale. Eppure, l'intento dell'edizione critica dei Quaderni, non era per Valentino Gerratana quello di porsi in opposizione soggettiva a Togliatti, ai suoi seguaci e alla sua raccolta tematica delle note di Gramsci. Era piuttosto, il suo, un porsi nella direzione dell'approfondimento (filologico) dell'oggetto. Come scrive Guido Liguori su il Manifesto del 18 giugno, Gerratana:

«[...] Difendeva la sua "edizione critica" dei Quaderni del carcere ammonendo sui rischi che si sarebbero corsi alterandone la materialità, cioè intervenendo sull'ordinamento delle note, spostandole in base a ipotesi interpretative certo interessanti, ma pur sempre controverse e non certe. La sua "edizione critica"1 aveva rappresentato un enorme passo in avanti negli studi su Gramsci, rispetto all'edizione tematica di Togliatti (che pure, va detto, non disprezzava affatto, convinto che per i tempi in cui uscì, fosse la migliore possibile per assicurare la fortuna di [END PAGE 7] Gramsci e la sua spendibilità politica, due cose che non vedeva per nulla in contraddizione, e che era certo che anche il comunista Gramsci non avrebbe potuto vedere come contraddittorie): non solo per un apparato di note ritenuto da tutti indispensabile, anche se ancora migliorabile, ma anche per il fatto di offrire al lettore un testo "certo", a partire dal quale ognuno può formulare le proprie ipotesi interpretative, e anche filologiche, senza pretendere di imporle agli altri, e quindi offrendole alla discussione della comunità scientifica nella migliore delle condizioni possibili. Per questo amore di onestà e chiarezza difendeva il "suo Gramsci", come aveva cercato di difendere il "suo" partito, il partito della sua vita, il Partito comunista italiano»
.

In altri termini dopo l'edizione di Gerratana la precedente bibliografia su Gramsci ha dovuto, deve e dovrà necessariamente essere rivista. Da questo punto di vista questa sua opera è ancor più fondamentale. In un libello che raccoglie diversi interventi di un convegno tenutosi all'università di Salerno, in cui si presentava la sua ultima opera: Gramsci: problemi di metodo e si rifletteva sulla figura e sul contributo culturale di Gerratana, sia Antonio Santucci che Joseph Buttigieg, due dei maggiori studiosi di Gramsci, si sono soffermati sulle possibilità, sul valore e sui problemi che la nuova edizione dei Quaderni apre. Per il primo lo sforzo di Gerratana ha avuto il merito di consegnare ai posteri e al mondo intero un'opera "classica", che cioè continuerà ad avere qualcosa da dire für ewig; per il secondo esso "è il primo passo gigante nel campo della filologia gramsciana" grazie al quale ci è restituita un'opera completamente nuova che disvela cruciali e ignoti aspetti dell'opera e del pensiero di Gramsci. Per entrambi non vanno sottovalutate le conseguenze negative di un approccio che sia informato ancora dalla visione ispirata dalla vecchia edizione o dalla tendenza a isolare questo o quell'aspetto del pensiero gramsciano facendone la chiave di lettura di Gramsci. Entrambi auspicano che Gramsci sia sottratto alla polemica ideologica immediata e salutano con favore alcune letture internazionali di Gramsci che rispetto a quelle nostrane sono prive di certi veli e costrizioni ideologiche, più aperte pertanto a ricercare genuinamente intorno a questo autore. Anche Joseph Buttigieg insiste sul fine oggettivo del lavoro di Gerratana ammettendo che la sua intenzione prima non era quella di sostenere o confutare una qualche particolare fazione all'interno del campo, conteso e carico di contese politiche, degli studi gramsciani, ma di fornire il punto di partenza fondamentale e necessario per una analisi seria dell'opera di Gramsci.

È piuttosto fuori strada, dunque—nel suo articolo sul Corriere della sera del 18 giugno 2000 intitolato: Gerratana, lo studioso che ci fece conoscere Gramsci—Armando Torno, quando di Valentino Gerratana scrive:

«Il suo nome non è legato a particolari mode, nè fu un pensatore che ha lasciato quelle che i manuali chiamano 'opere fondamentali', tuttavia senza il suo attento e [END PAGE 8] lento lavoro la cultura della sinistra oggi sarebbe più povera. [. . .] Gerratana ha lavorato per buona parte della sua vita ai Quaderni del carcere di Gramsci. Il suo ultimo saggio fu ancora dedicato ai problemi di metodo relativi allo studio di codesto pensatore e ha visto la luce nel 1997. Certo, non fu soltanto questo il suo impegno. Nel 1963, per fare uno dei tanti esempi possibili, egli pubblicava presso gli Editori Riuniti il testo del saggio di Antonio Labriola Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare.»

In primo luogo, sarebbe da chiedersi se Valentino Gerratana volesse porsi e essere posto accanto alla serie di mummie—fior di metafisici reazionari per la maggior parte!—che costellano i "manuali" della storia del pensiero con le loro opere "fondamentali"; figurare cioè, per così dire, nella top ten dell'album dei migliori metafisici. Perchè, in verità, Gerratana è stato in più occasioni descritto, per il suo "dire" e per il suo "fare", come un esempio antidogmatico, di rigore e di modestia:

«Chi ha avuto la fortuna di non arrestarsi sulla soglia della sua timidezza, del suo riserbo, della sua modestia anche, tutti modi di essere che era facile scambiare per scontrosità, chi ha avuto la fortuna di potersi dire suo amico, oggi sente soprattutto il dolore per la perdita di un uomo che, come pochi altri, ha saputo essere esempio di passione politica, acutezza d'ingegno, onestà intellettuale. Un comunista e un uomo di cultura profondamente inattuale, definizione che—ne sono convinto—gli avrebbe fatto piacere[. . .] Gerratana era riservato e severo, portato più ad ascoltare che a parlare [. . .]» (Guido Liguori, il Manifesto).

Liguori non è il solo a lamentare oltre alla perdita dell'amico, quella del "maestro". Ci si può e ci si deve interrogare allora, in secondo luogo, se il significato che Torno dà alla locuzione "opera fondamentale" (quando parla di opere fondamentali che Gerratana non avrebbe lasciato), non sia da intendere in maniera differente da quella della "vulgata metafisica". Gerratana, da canto suo, aveva una sua fisionomia personale e teorico politica distinta e autonoma anche quando ritraduceva Gramsci nel proprio pensiero. Come scrive Fabio Frosini su Liberazione del 25 agosto:

«Il suo [di Gerratana] però non è stato solamente un ruolo di guida e di riferimento insostituibile per chi volesse studiare Gramsci. Valentino è stato anche un intellettuale militante, un comunista che ha condotto le proprie battaglie per il rinnovamento del PCI e della sinistra, e non certo a partire dall'89 o dagli anni Ottanta, ma già in un'epoca non sospetta, in quegli anni Sessanta in cui avviò la grande impresa dell'edizione critica dei Quaderni del carcere di Gramsci: un'impresa scientifica e rigorosa, ma al contempo estremamente 'impegnata' sul fronte della [END PAGE 9] ricerca politica di un comunismo e di un marxismo che fossero l'opposto del fanatismo e del dogmatismo (un'impresa, come egli tenne a precisare con me, di cui fu egli stesso promotore e iniziatore, per la quale cioè non ricevette dapprima un incarico dal partito, ma dovette al contrario richiederlo e ottenerlo).

È proprio per questa ragione che il 1989 lo vide schierato con chi non era disposto a liquidare il "buon vecchio" per gettarsi nell'avventura "fumosa" di un "nuovo" le cui regole erano dettate da altre forze politiche e da altre culture. Di questa sua battaglia esiste un documento prezioso, un intervento militante che Gerratana scrisse per Critica marxista (n. 1, 1990) intitolato significativamente "Laicità e comunismo", di cui riproduciamo qui sotto un breve estratto1(II). Ma forse, dato che [END PAGE 10] tante cose sono nel frattempo cambiate, sarà bene prima richiamare alla mente alcuni dati. Si era al passaggio 1989-90, una discussione fervida e a tratti dura nel seno del PCI, immortalata da Nanni Moretti nel film-documentario La cosa. Il segretario del PCI, Achille Occhetto, aveva appena annunciato una "grande svolta", la necessità di imprimere un'accelerazione al processo di rinnovamento nel Partito Comunista di fronte agli avvenimenti del novembre-dicembre 89, con il crollo di tutto il gruppo di regimi dell'Europa Orientale. L'Italia di allora era ancora quella del pentapartito e di un PCI 'da sempre' all'opposizione. Di questo discute appunto l'intervento di Gerratana, esortando a non rinunciare al lungo e "paziente lavoro" di decenni (e alla prospettiva del futuro) in nome delle "illusioni di un angusto presente". Era, inoltre, un Paese che non aveva ancora conosciuto quella che si è convenuto chiamare "tangentopoli" e di cui, con due anni di anticipo, Gerratana afferma la necessità in quanto esigenza democratica di smantellare "un sistema politico corrotto, basato sull'intreccio di politica e affari, vero puntello della conservazione politica e della democrazia bloccata".

Questo intervento, cosí mirato all'attualità di un dibattito concitato, che vide tutti i piú e i meno importanti militanti del PCI prendere in vario modo posizione, rivela cosí una singolare 'tenuta' di fronte al tempo, in quanto a suo modo anticipa e critica gli eventi di tutto il decennio successivo: le difficoltà in cui il PDS (poi DS) si è dibattuto (e si dibatte) alla ricerca di una nuova identità "di sinistra"; la crisi acuta del sistema dei partiti e il rischio della sua complessiva delegittimazione; il "fondamento" stesso della "politica" in un mondo in cui tutto ciò che tradizionalmente le apparteneva sembra progressivamente assorbito dal mercato, e il rischio di una deriva verso un cinismo e un nichilismo gonfi di denaro e privi di idee.

Questa capacità di attraversare un decennio cosí pieno di trasformazioni non deve d'altronde sorprendere, né essa è dovuta all'intuizione individuale, ma risiede nella [END PAGE 11] tesi stessa che Gerratana - rifacendosi al suo Gramsci - sostiene, e ne dimostra la giustezza: la necessità di non spezzare il rapporto tra politica e religiosità (o tra filosofia e ideologia), perché proprio in questo rapporto il laicismo (e con esso il senso stesso del fare politica) trova il proprio fondamento in quanto concezione del mondo (e non cinica pratica di gestione e conservazione del potere): il rapporto che enti finiti e mortali (e fallibili), e che sanno di esserlo, possono moralmente e politicamente istituire con il passato e con il futuro»

.

In terzo luogo, ci si deve altresì domandare se la pubblicazione presso gli Editori Riuniti, nel 1963, del saggio di Antonio Labriola Del materialismo storico, sia da considerare come "uno dei tanti esempi possibili" del suo impegno e un esempio accanto al suo impegno maggiore (l'edizione dei Quaderni) o se invece non vi sia un legame più intimo e profondo fra questa pubblicazione e quella delle note di Gramsci (e qui poi sarebbe il caso di generalizzare la questione e chiedersi se rapporto intimo e profondo non sia da porre soprattutto fra tutte le opere di Gerratana e fra la sua vita e le sue opere).

Se solo "per sbaglio" Torno, e tanti altri che la pensano come lui, avessero fatto cadere l'occhio sul Quaderno 4 ("per fare uno dei tanti esempi possibili") si sarebbero accorti che lì Gramsci propugna l'idea dell'importanza di "rivalutare la posizione di Antonio Labriola. Perchè? Il marxismo ha subito una doppia revisione [. . .] Da un lato alcuni suoi elementi, esplicitamente o implicitamente, sono stati assorbiti da alcune correnti idealistiche (Croce, Sorel, Bergson ecc., i pragmatisti ecc.); dall'altra i marxisti 'ufficiali', preoccupati di trovare una 'filosofia' che contenesse il marxismo, l'hanno trovata nelle derivazioni moderne del materialismo filosofico volgare o anche in correnti idealistiche come il Kantismo (Max Adler). Il Labriola si distingue dagli uni e dagli altri con la sua affermazione che il marxismo stesso è una filosofia indipendente e originale [. . .]" (Q4, 3) e perciò non intercambiabile a piacimento e arbitrio con altre qualsivoglia teorie, secondo il "canone" del pasticcio teorico che è alla base del rischio—oggi più che tangibile—del progressivo impoverimento della cultura di sinistra in Italia e anche in Europa. Rivalutare Labriola, dunque, era già una priorità di Gramsci. C'è stata perciò un'interna cogenza e coerenza, e un profondo e necessario legame nel lavoro di Gerratana tra l'edizione del saggio labrioliano nel 1963 e dei Quaderni nel '75. Nel fare ciò egli riprendeva e di fatto portava avanti un progetto gramsciano, oltre che suo proprio: in primo luogo ciò significava la rivendicazione dell'autonomia teorica del marxismo e con essa la rivendicazione di un pensiero forte (il che significa tutt'altro che privo dello sforzo critico di domandare e di questionare se stesso, prima di tutto); in secondo luogo, ripartire da e con Labriola significava re-interpretare il rapporto teoria- prassi secondo il loro nesso intimo e non-meccanico. Ma ciò andava contro quelle tendenze che poi sono progressivamente andate sviluppandosi e imponendosi all'interno del partito per cui la non-meccanicità è divenuta sinonimo di flessibilità della teoria, nel senso di apertura alle "novità" del [END PAGE 12] giorno, fino al sodalizio ultimo con il pensiero liberale, la "nuova" "filosofia" delle correnti predominanti nei DS (esito "crociano" nelle ali revisioniste dell'ex PCI?).

Ora, non si comprende bene che cosa Torno voglia insinuare quando dice che quella dei Quaderni di Gerratana:

«Fu anche l'edizione più apprezzata, nonchè quella che ha permesso i maggiori approfondimenti intorno alla difficile eredità. Non a caso chi scrive la sentì citare in una tavola rotonda a Parigi nel 1981 da Alain de Benoist, allora leader della "nouvelle droite". È stata, in altri termini, l'opera portante del pensiero comunista che sfuggì alla sua ortodossia»
. Forse che tale edizione autorizza le interpretazioni le più flessibili? C'è da chiedersi piuttosto se gli esponenti della "nouvelle droite" non diverrebbero marxisti solo a leggerla con seria e rigorosa applicazione e attenzione. Dall'articolo di Torno, in verità, esce purtroppo un'immagine di Gerratana estremamente episodica; egli appare non molto più che un editore. C'è da domandarsi, per contro, se la sua attività di co-fondatore degli Editori Riuniti con Roberto Bonchio nel 1953 non sia legata piuttosto alla consapevolezza che il linguaggio gioca un ruolo essenziale nella dinamica della diffusione delle ideologie, il terreno "teorico" e insieme "pratico" su cui classi o gruppi sociali si riconoscono, prendono coscienza di sè e dei propri scopi pratici come individui collettivi. Un'idea che, manco a dirlo, pervade i Quaderni da cima a fondo. Si capisce così anche perchè Valentino Parlato nel suo ricordo di Gerratana parli di "una cena con Clara [Valenziano], Valentino e Mazzino [Montinari], [in cui] si discuteva di quel Pasticciaccio brutto di via Merulana. Era di sinistra o di destra? Erano altri tempi. Credo che fossimo alle colline emiliane" (il Manifesto del 18 giugno 2000). La letteratura, anche quella intesa in senso stretto, e il linguaggio con cui si esprime, è solo "arte" o anche, insieme, "politica"? E si capisce forse anche perchè Valentino Gerratana si dedicasse, fino all'ultimo giorno della sua vita, con scrupolo talvolta giudicato eccessivo nell'attività editoriale. Come scrive Bonchio su Rinascita del 23 giugno 2000 in un articolo dal titolo Rigore senza dogmi:
«Eravamo usciti entrambi da poco dall'esperienza della Resistenza romana [. . .] Facevamo insieme una sorta di agenzia stampa politico-culturale [. . .] Il contatto quotidiano con Valentino mi fece scoprire non solo il carattere di un uomo molto diverso dall'apparenza—umanamente e sentimentalmente ricco, dolce e gentile sotto una scorza di apparente diffidenza e freddezza—ma mi permise di apprendere un metodo di lavoro, un'attenzione al particolare [. . .] Nei primi anni cinquanta ci ritrovammo [. . .] Gerratana dirigeva allora le edizioni Rinascita [. . .] per il quale il motto "pochi libri ma validi e ben curati" trionfava sulle pressioni economiche e politiche. Aveva trasferito in questa attività il suo scrupolo filologico di studioso serio e rigoroso. Dopo le traduzioni raffazzonate e pasticcione dei classici del [END PAGE 13] pensiero socialista e del periodo prefascista, era necessario instaurare un orientamento nuovo, filologicamente preciso e severo [. . .] Quando le edizioni Rinascita e le Edizioni di cultura si fusero negli Editori Riuniti [. . .] Gerratana, che ormai andava sempre più orientandosi verso il lavoro di ricerca e di studio, non cessò di collaborare con la nuova casa editrice [. . .] Quando nel 1995 gli Editori Riuniti, dopo lunghe traversie, ripresero la loro attività e, tra i loro obiettivi, si posero quello di far conoscere l'opera gramsciana a un pubblico più vasto [. . .] Valentino fu ancora una volta accanto alla Casa Editrice [. . .] Il grande studioso che, anche nel suo rigore di specialista, sapeva cogliere il valore di una operazione culturale di massa, avvertiva tutta la necessità di combattere l'oblio in cui si voleva far cadere l'opera di Gramsci e di rendere sempre più esplicito quello che è il filo conduttore del pensiero gramsciano, "il nesso indissolubile tra politica e cultura, in polemica con la miseria della pratica politica e l'angustia meschina dell'alta cultura"»
.

Alla fine del suo articolo, sul Manifesto del 18 giugno 2000, Valentino Parlato enumera (e non nasconde il suo scetticismo circa il loro accoglimento da parte di chi verrà) due eredità fondamentali che Gerratana ci consegna.

«In conclusione che cosa voglio dire in morte di Valentino Gerratana? Che non solo per l'identità di nome mi sento un po' morto anch'io. E' un'epoca che è finita, è il ciclo lungo apertosi nel 1917 che si è chiuso [. . .] Valentino Gerratana ci lascia due cose importanti: 1) la testimonianza della sua vita, di un siciliano di Modica e comunista e gappista e italiano e pertanto europeo; 2) l'edizione critica dei Quaderni di Gramsci: è una ricca eredità, ma non so se sapremo trarne profitto. Come diceva un vecchio adagio, "ai posteri (che non siamo noi) l'ardua sentenza". In tutti i modi un grazie a Valentino Gerratana: gli siamo debitori di un credito che non so se sapremo pagare»
. Questo ci deve far riflettere due volte sull'ottimismo (talvolta invero solo apparente) di tanti titoli di giornali, di destra o di sinistra, che hanno intitolato (riassumo il concetto): "Gerratana, lo studioso che ci ha fatto capire Gramsci". In realtà, per capire Gramsci ci vuole uno sforzo che richiede una serietà, un rigore e un'apertura che erano dote propria, rara e esemplare in Valentino Gerratana. Non basta l'opera in se stessa, l'edizione Gerratana nella sua materialità non porta automaticamente alla sua intelligibilità, vale la pena sottolinearlo anche se pare scontato. La "materia" dell'opera vive solo attraverso lo "spirito" dell'interprete o degli interpreti. Essa vive solo attraverso l'interprete (non si interpreta da sola) e Gerratana era un ottimo modello antidogmatico da seguire: egli faceva vivere l'opera per e nell'interprete senza che l'interprete si appiattisse sull'opera stessa. Che dire poi dell'accoglimento dello sforzo di Gerratana da parte dei lettori e interpreti odierni? Non vi sono in mezzo a essi notevoli detrattori? Per questo vale la pena una volta di più ricordarlo: infatti, se [END PAGE 14] Gerratana non è Gramsci è pure vero, al contempo, che Gramsci senza Gerratana non sarebbe. E non sarà di nuovo, se dimenticheremo lo "spirito" con cui quest'uomo ha approcciato il politico- filosofo sardo.

Concludiamo a questo punto con il ricordo di Valentino da parte di due amici. Così lo ricorda Roberto Racinaro su Il Mattino del 19 giugno (aggiungendo fra l'altro una importante notizia sulla disputa giovanile anti-crociana di lui):

«L'ultima volta lo vidi qualche anno fa, ai funerali della moglie Olga, compagna della sua vita dalla gioventù, dagli anni della Resistenza. Sì perchè l'impegno culturale e civile di Valentino risaliva a quegli anni, a via Rasella. Quando, giovanissimo, di notte era costretto—per sfuggire ai possibili arresti—a dormire sotto la base di un monumento.

Il Valentino Gerratana che ricordo, arriva all'Università di Salerno alla fine degli anni Sessanta. Era uno studioso di quasi cinquant'anni. Usciva, proprio nel 1968, un suo saggio introduttivo a Rousseau. Nel 1970 appariva un altro importante saggio (pubblicato su "Critica marxista") dedicato a Lenin, nonchè la lunga introduzione premessa all'edizione laterziana degli Scritti politici di Antonio Labriola. Allo stesso autore Gerratana dedicava ancora due saggi compresi nella monumentale Storia del marxismo contemporaneo (1974), apparsa come "Annali 1973" dell'Istituto G. G. Feltrinelli. Già da qualche tempo (1972) era apparso, presso gli Editori Riuniti, il suo volume Ricerche di storia del marxismo, che consente di comprendere l'originalità della posizione di Gerratana all'interno del marxismo contemporaneo (non solo italiano). Ma, soprattutto, appariva nel 1975—come si ricorda poc'anzi—la sua edizione critica dei Quaderni del carcere, il cui quarto volume (interamente di apparati critico filologici) dà l'idea della mole sterminata di lavoro che Gerratana aveva affrontato. Nel frattempo Gerratana aveva vinto il concorso a cattedra universitario. Ma dopo un anno di soggiorno presso l'Università di Siena (che aveva bandito il concorso di Storia della Filosofia) Gerratana sceglie di ritornare presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Salerno e qui non rifiuta le responsabilità accademiche che gli vengono affidate.

Andando fuori ruolo, Valentino si era allontanato, ma non distaccato dall'Università. Gramsci. Problemi di metodo è il titolo del suo ultimo libro (Editori Riuniti 1997). Gli amici e i colleghi del Dipartimento—e tanti altri amici—vollero (il 26 febbraio 1997) presentare quest'ultimo lavoro di Gerratana e dedicargli una giornata di studio e di riflessione. Due studiosi di Gramsci (J. Buttgieg e A. A. Santucci) presentarono il Gerratana studioso di Gramsci. Livio Sichirollo, invece, [END PAGE 15] offrì una magistrale ricostruzione dell'itinerario di ricerca. Quella giornata di omaggio e di riflessione è divenuta poi un volumetto, che, denso e sottile com'è, bene si attaglia al carattere schivo dell'uomo cui è dedicato. Vi si legge ora anche una bibliografia degli scritti di Gerratana, affettuosamente redatta da Domenico Taranto. E vi si trova anche traccia degli inizi di Gerratana. Lo scritto che, se e no ventenne, dedicava a Il problema della libertà in Croce, su cui il vecchio filosofo non aveva esitato a replicare non senza severità al giovanissimo studioso. Ma Gerratana, timido per natura, non era uomo da lasciarsi intimidire, neanche da una tale replica. E oggi ci piace ricordarlo così, rileggendo la sua risposta a Croce, la sua Postilla a una postilla

Così Guido Liguori su Il Manifesto del 18 giugno 2000:

«E' difficile commentare la scomparsa di Valentino Gerratana, avvenuta venerdi' sera a Roma. Chi ha avuto la fortuna di non arrestarsi sulla soglia della sua timidezza, del suo riserbo, della sua modestia anche, tutti modi di essere che era facile scambiare per scontrosità, chi ha avuto la fortuna di potersi dire suo amico, oggi sente soprattutto il dolore per la perdita di un uomo che, come pochi altri, ha saputo essere esempio di passione politica, acutezza d'ingegno, onestà intellettuale. Un comunista e un uomo di cultura profondamente inattuale, definizione che—ne sono convinto—gli avrebbe fatto piacere.

Ho conosciuto Gerratana nei corridoi e nelle stanze cariche di libri dell'Istituto Gramsci, nella vecchia sede di via del Seminario. Giovane redattore di Critica marxista, andai a ritirare un articolo di Paolo Spriano per un numero speciale della rivista su Togliatti. Spriano e Gerratana, amici da una vita, erano molto diversi: culturalmente, politicamente e caratterialmente. Quanto Gerratana era riservato e severo, portato più ad ascoltare che a parlare, tanto Spriano era estroverso e scherzoso. Per noi studenti o poco più era facile entrare in sintonia soprattutto con il secondo. Quel giorno li incontrai che parlottavano insieme. Spriano mi stava ascoltando e mi porse subito lo scritto che aveva già pronto. Poi decise di giocarmi un tiro mancino dei suoi: "Ma a Valentino non avete chiesto un articolo? Non sai che Togliatti lo stimava moltissimo?". Mi sentii sprofondare: no, a Gerratana non avevamo chiesto un articolo. Capita. Valentino comprese il mio imbarazzo, mi sorrise, bofonchiò qualcosa, si schernì. Io andai via quasi di corsa.

Da quel giorno i nostri rapporti pian piano cambiarono. Mi invitò sempre più spesso a entrare nel suo studio del Gramsci, dove lavorava anche Antonio Santucci. Divenne un'abitudine prima fargli qualche domanda chiarificatrice, poi trovare l'ardire di fargli leggere i primi studi gramsciani che andavo scrivendo. Non era un [END PAGE 16] lettore compiacente. Non riusciva che a essere franco, fin troppo (un tratto "gramsciano"?). Ma era sempre incredibilmente disponibile con chi aveva voglia di studiare e di sapere. Quanti gli studiosi, italiani o stranieri, giovani e meno giovani, che sono passati per quella stanza, o più tardi per la sua abitazione (a due passi dalla casa di Leonetti), per chiedergli un parere, per cercare di sciogliere un dubbio? Valentino ascoltava a lungo, soppesava le questioni, si alzava silenzioso per consultare un libro o una rivista che ti potessero aiutare.

E sempre Guido Liguori su Critica Marxista, no. 3-4, 2000:

«Valentino aveva partecipato fin dall'inizio alla "seconda serie" di Critica marxista, iniziata nel 1992, allorquando—terminato il percorso storico del Pci (alla cui fine egli, come molti di noi, si era opposto)—un gruppo di compagne e compagni decise di rilevare questa testata, altrimenti destinata a chiudere, per promuovere in modo militante uno sforzo collettivo di "analisi e contributi per ripensare la sinistra". Tra essi non poteva mancare Gerratana, che mai aveva trovato ragioni sufficienti per rivedere radicalmente le scelte pubbliche fondamentali, sempre criticamente vissute, della sua esistenza: l'adesione al Partito comunista italiano e il collocare la propria ricerca nell'alveo del pensiero marxista e gramsciano. Proprio su Critica marxista, nel 1990, Valentino aveva partecipato al dibattito sulla "svolta della Bolognina" con un intervento significativamente intitolato Laicità e comunismo. Perché il suo modo di intendere gli ideali comunisti e la militanza nel Pci furono davvero una lezione di laicità. [. . .] Nell'ultimo decennio della sua esistenza un altro punto fermo della vita pubblica di Gerratana era stata la International Gramsci Society, l'associazione che riunisce gli studiosi gramsciani di tutto il mondo. Valentino ne era il presidente fin dalla fondazione [. . .] Vogliamo infine ricordare Valentino con le parole tratte da uno dei tanti messaggi di cordoglio pervenutici da tutto il mondo e che esprime il sentire di noi tutti: "Provo una grande tristezza per la scomparsa di Gerratana. I 'gramsciani' di tutto il mondo perdono con lui certo una delle menti migliori. Valentino ha compiuto un lavoro fondamentale e il suo nome sarà per sempre accanto a quello di Gramsci. La sua fu una bella vita. La sua fu una bella scelta di vita". È proprio così, non c'è altro da aggiungere».


Footnotes

1 L'«edizione Gerratana» è stata tradotta o è in corso di traduzione in tutto il mondo (Stati Uniti, Germania, Francia, Messico, Brasile). Guido Liguori, Critica Marxista, no. 3-4, 2000

2 Laicità e comunismo di Valentino Gerratana: «Non è preferibile separare nettamente politica da religione? Poco importa che si tratti di religione confessionale oppure di religiosità laica o "filosofica", perché questa separazione in realtà avviene oggi tutti i giorni dove la vita della democrazia è affidata al voto di scambio. Certo la politica non sarà mai in grado di dare una risposta al bisogno di trascendenza, mentre il bisogno di politica attiene certamente alla sfera del potere mondano. Si tratta però di vedere qual è la trama del potere mondano: vi è una trama che porta alla separazione di politica e religiosità, e vi è un'altra trama che richiede la loro unione.

Gramsci può aiutare a veder chiaro in questo intreccio di problemi. Religione è per Gramsci ogni concezione del mondo "attiva": cioè "una concezione della realtà con una morale conforme", che diventa in quanto tale "stimolo all'azione". È questa definizione che rende leggibile il grande interesse dimostrato da Gramsci per la religione della libertà, di cui era allora pontefice Benedetto Croce (oggi, in un'epoca di esasperato pluralismo, questa religione non ha piú un unico pontefice, ma ha in compenso numerosi vescovi). Gli occhi di Gramsci sono, come sempre, disincantati, pronti a indagare quel che si occulta dietro il brillare delle formule.

L'idea di libertà è per Gramsci una grande idea (suscettibile però di degenerare, come tutte le grandi idee). La religione della libertà è un frutto della civiltà moderna, e come tale è avversata dalla religione del Sillabo, che nega in tronco la civiltà moderna. Per il medesimo motivo, secondo Gramsci, la stessa filosofia della praxis può essere vista come "eresia" della religione della libertà, "perché è nata nello stesso terreno della civiltà moderna". Eresia in quanto si oppone al tralignare dell'ortodossia in forme corrotte e mistificanti.

Il linguaggio gramsciano si avvale qui, com'è noto, del lessico della filosofia crociana. Per combattere l'egemonia politico-culturale di Croce si serve dei suoi stessi strumenti concettuali, come la distinzione tra "filosofia" e "ideologia", tra "religione" e "superstizione". Che cosa è la crociana religione della libertà se non un modo di proporre e fare accettare gli interessi di una classe come interessi generali, sulla base di un principio universale? La filosofia si trasforma in tal modo in ideologia, mezzo pratico di governo e di dominio. Accade cosí, secondo Gramsci, che Croce "crede di trattare di filosofia e tratta di una ideologia, crede di trattare di una religione e tratta di una superstizione". Ed è a questo punto che viene in luce il nodo del problema della religiosità laica.

Per Gramsci non esiste, e non può esistere, una separazione netta tra filosofia e ideologia. La distinzione, egli dice, è solo di grado: "è filosofia la concezione del mondo che rappresenta la vita intellettuale e morale [...] di un intero gruppo sociale concepito in movimento e visto quindi non solo nei suoi interessi attuali e immediati, ma anche in quelli futuri e mediati; è ideologia ogni particolare concezione dei gruppi interni della classe che si propongono di aiutare la risoluzione di problemi immediati e circoscritti". È qui in gioco ciò che oggi chiamiamo la laicità della politica, e che ci riconduce la dilemma del potere mondano. Mirare alla difesa di interessi attuali e immediati, senza preoccuparsi di inverificabili nessi futuri, è il vanto di una politica "laica" che pretende di separarsi da ogni forma di religiosità (ma anche questa pretesa rimane poi da verificare in concreto). Legare invece la difesa di interessi immediati e attuali alla prospettiva di interessi futuri,nella consapevolezza di vivere in una realtà in continuo movimento, è il compito di una politica laica che però non può rinunciare a un supporto di religiosità. Una religiosità appunto laica, adatta a uomini e donne che, pur sapendo di essere destinati a morire e senza credere nella salvezza dell'anima, si sentono collegati al passato e al futuro.

[...] Il fallimento storico dei sistemi politici del cosiddetto socialismo realizzato suggerisce ora un'estrema risorsa: se con una nuova formazione politica si rinuncia, in nome del "laicismo", alla religiosità laica del comunismo, l'anticomunismo rimane privo del suo medium d'esistenza [...]. L'operazione ha una sua logica, nonostante la fumosità da cui è circondata, e non è priva di chances. [...] Tuttavia piú ambizioso era il progetto precedente (al quale forse, prima o poi, bisognerà ritornare): liberarsi non tanto della DC quanto di un sistema politico corrotto, basato sull'intreccio di politica e affari, vero puntello della conservazione politica e della democrazia bloccata. Un progetto che attende il suo compimento non da un atto salvifico, ma da un duro e paziente lavoro, attento a non sacrificare gli interessi futuri del movimento alle illusioni di un angusto presente».

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